Aree interne, Montagna e sostenibilità: un trinomio ancora da costruire

Aree interne, Montagna e sostenibilità: un trinomio ancora da costruire

Il territorio italiano è, nella sua stratificazione storica, una risorsa preziosa e fragile. Le aree interne — i territori più lontani dai centri di offerta dei servizi essenziali — non sono una porzione geografica minore, ma un ecosistema sociale, economico e ambientale che per secoli ha retto l’equilibrio della penisola. Spopolamento, invecchiamento demografico e riduzione dei servizi hanno eroso quell’equilibrio, spingendo molti territori verso l’abbandono.

Il dibattito sulla sostenibilità delle aree interne e della Montagna non è una nicchia per addetti ai lavori, ma una sfida per il futuro del Paese: non solo tutela del paesaggio o energie rinnovabili, ma permanenza delle comunità, accesso ai diritti fondamentali, capacità di generare valore senza consumarne il capitale.

Per anni ha prevalso una narrazione emergenziale — fermare lo spopolamento, recuperare i borghi fantasma — che ha nascosto l’assenza di una visione strategica. La sostenibilità è stata invocata come parola d’ordine nei bandi, raramente fondamento delle politiche.

Serve un cambio di paradigma: le aree interne e la Montagna non sono musei a cielo aperto da cristallizzare, ma comunità vive se lavorano la terra, gestiscono i boschi, fanno impresa. Le politiche pubbliche hanno oscillato tra assistenzialismo passivo e liberismo affidato a investitori esterni: in entrambi i casi la sostenibilità è rimasta sullo sfondo.

In questo quadro si inserisce la legge 131 del 12 settembre 2025, attuazione tardiva dell’art. 44 della Costituzione, che spesso si sovrappone alla Strategia Nazionale Aree Interne: le aree interne possono essere Montagna, non sempre il contrario. Attesa dagli amministratori, sembra rispondere più all’urgenza di chiudere un dossier che a una visione organica: risorse insufficienti, sostenibilità ridotta a etichetta anziché principio guida.

Nonostante i cambi di governo e l’Agenda 2030, l’approccio resta quello dell’emergenza, sordo al quinquennio 2023-2027 che l’ONU ha dedicato allo sviluppo sostenibile delle zone montane e delle aree interne. Eppure, come scrive Aldo Bonomi, “le Montagne sono diventate le terre rare del futuro”: un laboratorio della transizione ecologica, se smettiamo di considerarle un problema.

La sostenibilità non è mai stata il vero criterio guida, ma un corollario buono per i finanziamenti. Lo sarà solo quando diventerà criterio discriminante nell’allocazione delle risorse, avendo il coraggio di dire no ai progetti incompatibili con i luoghi. Perché la vera sostenibilità non si misura in leggi approvate, ma in chi decide di restare. Come ha ricordato il Presidente Mattarella, “la prospettiva dello sviluppo sostenibile è stata una conquista conseguita a caro prezzo… non un fastidio, ma un investimento sul futuro”.

È in questo spirito che il sottogruppo «Montagna e Aree Interne» del Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 11 ha elaborato il Position Paper che accompagna queste righe, «Sviluppo sostenibile per le regioni montane: dalla marginalità alla centralità», condiviso con la Rete dei Comuni Sostenibili: non un ulteriore elenco di buone intenzioni, ma proposte concrete — dal PON Montagna alla fiscalità di vantaggio, dai servizi essenziali alle Green Communities — per costruire insieme agli enti locali la sostenibilità strutturale finora mancata.

Raffaele Marini
Club Alpino Italiano (CAI), co-moderatore del sottogruppo “Aree interne e Montagna” del Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 11 “Città e comunità sostenibili”